CITTÀ MIGLIORE - VITA MIGLIORE: WORLD EXPO SHANGHAI 2010
"Ogni sorta di pianificazione urbana deve per definizione mirare all’omogeneità. Mentre la città è qualcos’altro. La città si definisce per contrasti, vuole scoppiare, non sopporta le regole. Ciò che chiedo a una città è di essere scosso da un luogo all’altro da una sensazione all’altra" Wim Wenders.
Molteplici sono le chiavi di lettura che si possono dare di una manifestazione (la terza per importanza nel mondo) complessa, variopinta e multiculturale come il World Expo, ed in particolare l’Expo 2010 tenutosi a Shanghai:
1 - proporre paralleli con le celebri manifestazioni ottocentesche (Londra, Hyde Park, 1851 – Parigi, Champ-de-Mars, 1889…);
2 - esaminare le infinite sfumature tecniche e tecnologiche;
3 - circoscrivere la portata economica, la forza propositiva, quella reazionaria;
4 - evidenziare le evoluzioni urbane e volumetriche…………
La lettura che abbiamo invece scelto di dare dell’evento, dopo averlo visitato nella sua fase conclusiva, è quella che più ci ha colpito ovvero il tentativo di ciascuna entità partecipante di interpretare il tema generale, Better City – Better Life, trasformando il proprio padiglione in evento capace di contribuire alla crescita sociale e culturale globale attraverso il racconto delle proprie eccellenze. Il tutto filtrato da quello che riteniamo sia il principale fattore di manifestazione delle trasformazioni urbane cinesi ovvero la “dimensione”. Tutto a Shang hai ci è parso di “altra” dimensione rispetto a quello che siamo abituati a percepire e con il quale ci confrontiamo quotidianamente. Non avere chiaro questo concetto, cioè non comprendere che la vastità in ogni sua forma e manifestazione è il tema di questo paese, soprattutto se rapportata al nostro modo di pensare le trasformazioni, non aiuta a comprendere quello che molto probabilmente rimarrà per lungo tempo il più “grande” expo universale del mondo.
Prima di addentrarsi nel variegato insieme dei padiglioni è utile ricordare che l’area dell’expo di Shang hai si sviluppa lungo un asse longitudinale di oltre 7 Km, sul quale si affastellano, divisi per continenti e contenuti tematici, i padiglioni dei 191 partecipanti divisi per singoli Stati, Enti ed Associazioni. Il tutto regolato da un asse centrale, ortogonale al precedente, che collega gli unici quattro edifici permanenti tra i quali spicca per caratteristiche dimensionali, il padiglione della Repubblica Popolare Cinese.Vagando all’interno di questo enorme circus barnum, tra evoluzioni spaziali, interminabili code, manifestazioni folkloristiche, divertenti e allegorici passaporti, l’eccesso di stimoli rende a volte difficile un’analisi razionale della reale portata dell’evento spesso più simile ad una immensa fiera campionaria che ad un promotore culturale.
Siamo comunque riusciti, aiutati dalla pioggia e dalle ore serali, a plasmare una personale idea di quali padiglioni abbiano sagacemente interpretato lo spirito dell’esposizione. Abbiamo così selezionato, tra i 191, sei involucri che con differenti azioni hanno, a nostro avviso, caratterizzato il World Expo 2010, secondo un insieme di criteri tutti regolati dal rispetto del tema generale ovvero tendere ad una migliore qualità della vita attraverso la costruzione di una città migliore ovvero una città basata su sviluppo urbano sostenibile ed integrazione multiculturale:
| Landmark Globale | padiglione Gran Bretagna |
| Essenza Sociale | padiglione Olandese |
| Coerenza Urbana | padiglione Danese |
| Sperimentazione Volumetrica | padiglione Spagnolo |
| Promozione Culturale | padiglione Canadese |
| Promozione Giovanile | padiglione Cileno |
LANDMARK GLOBALE
Il padiglione che sicuramente meglio rappresenterà negli anni a venire l’intero Expo di Shanghai divenendone icona mondiale è il padiglione UK progettato da Thomas Heatherwick. L’architetto inglese già noto per il singolare RollingBridge realizzato a Londra sul Grand Union Canal (un unico elemento rigido, si arrotola su se stesso per lasciar passare le barche), ha per l’occasione progettato un’opera che nel coniugare apporto tecnologico e promozione culturale, da corpo ad un involucro che destabilizza per forza e capacità spaziale il visitatore.
Circondato da un sistema dinamico di piani verdi il padiglione è una sorta di Cattedrale del Seme: i 60.000 filamenti acrilici cui è composto mutano assetto e forma al variare dell’intensità del vento rimandando ad azioni naturali la definizione volumetrica del padiglione. Ciascun filamento (lunghezza 7,5 metri) porta nell’estremità interna un seme proveniente dalla Banca dei Semi del Millennio, un progetto di conservazione internazionale avviato nella metropoli londinese. Il padiglione rappresenta un perfetto incontro tra l’attività di ricerca e la valorizzazione di un recente passato nel quale la Gran Bretagna si è distinta proprio nel campo botaico e dei parchi pubblici. <<Siamo stati noi ad inaugurare il primo parco pubblico ed il primo istituto botanico, il Royal Botanical Gardens di Kew>> ha ricordato Heatherwick spiegando cosa ha mosso l’idea progettuale. Un chiaro intento sostenibile affiancato da una forte connotazione tecnica e poetica.
ESSENZA SOCIALE
Il padiglione che con le sue eccentriche evoluzioni a nostro avviso meglio rappresenta lo spirito “reale” dell’evento (ma anche del nostro tempo) ovvero l’effetto sociale immediato che si percepisce all’interno dell’area espositiva -confusione ed eccitazione, misti ad una concreta capacità propositiva- è certamente quello olandese. Progettato dall’eclettico Joh Kormeling (artista, ingegnere, architetto olandese), il
padiglione denominato Happy Street è un insieme apparentemente confuso di volumi, tecnica e tecnologia. Il suo principale intento è, a prima vista, quello della “chiassosa felicità”, in realtà il padiglione è un sagace manifesto alla densificazione urbana nell’idea, purtroppo poco italiana, secondo la quale l’alta densità è sinonimo di sostenibilità oltre che di concreta condivisione sociale.È in sostanza una divertente e riuscita provocazione culturale della quale si sente tanto la mancanza nel panorama culturale italiano, nonostante le città storiche italiane siano uno degli esempi più riusciti di densificazione urbana. Purtroppo oggi prevale, nel nostro paese, la sterile opposizione di retoriche quanto inattuabili idee, alla concretezza del passato e della sua naturale evoluzione.
COERENZA URBANA
A Bjarke Ingels (vincitore in novembre dell’European Prize for Architecture 2010) fondatore dello studio danese BIG, si deve Welfairytales, il padiglione della Danimarca. Sicuramente la proposta più interessante dell’intero World Expo 2010, se vista nel suo complesso. La doppia rampa strutturata in tre capitoli, storia del popolo danese, storia della tecnologia danese, storia delle città danesi, definisce forse
l’unico padiglione capace di raccontare il paese che rappresenta, di promuoverne l’essenza, di coniugare questi intenti con il rispetto del tema guida dell’Expo: Better City, Better Life. L’intero volume, definito dalle due rampe che intersecandosi consentono una fruizione fluida degli spazi, offre al visitatore molteplici possibilità di uso: percorrerne lo sviluppo a piedi; apprezzarne la dinamicità attraverso l’utilizzo delle originali bici di Copenaghen; gioire nell’acqua del mare danese (trasportata a Shang hai via mare); apprezzare la sirenetta appositamente voluta dal progettista per assecondare una precisa esigenza culturale: far conoscere a milioni di cinesi la protagonista di una favola (la sirenetta, appunto, di Hans Cristian Andersen) che è parte integrante dei programmi della scuola pubblica cinese. Avvolto da un deciso candore il padiglione è anche un riuscito elogio alla composizione architettonica trattandosi di uno spazio capace con il suo limpido e basico sviluppo di emozionare, di avvolgere di coinvolgere di guidare il visitatore verso un modo altro di concepire la città ovvero senza inutili e infestanti orpelli (automobili, motociclette, ect.)ma con un rispetto concreto verso l’ambiente. Un ritmo nuovo, lento, riflessivo, ma anche sano ed appagante.SPERIMENTAZIONE VOLUMETRICA
“El Cesto”, il nome scherzosamente attribuito in Spagna al padiglione nazionale; “From the City of Our Parents to the City of Our Children” il suo tema guida. Progettato dallo studio catalano Miralles-Tagliabue EMBT, diretto da Benedetta Tagliabue, il padiglione spagnolo è quello che maggiormente colpisce per la sua capacità di sperimentazione volumetrica. Il connubio tra sistemi spaziali in acciaio, pelle in vimini e sapiente uso della luce ha prodotto un corpo in evoluzione di
coinvolgente “avvenenza”: una figura di enorme eleganza e leggiadria. La struttura di cui si compone l’involucro modula la prestanza di una cornice di acciaio con la flebile ed etera precarietà di pannelli in vimini, realizzati grazie alla cottura del materiale tale da trasmettere al singolo pannello un affabile colore brunito. In questo gioco tra prestanza e precarietà si scorgono, sapientemente composti sulla facciata, caratteri cinesi che rappresentano il sole e la luna ovvero i simboli dello scambio culturale tra Cina e Spagna nonché l’armonia esistente tra i due paesi. Tre quindi gli elementi fondamentali: la struttura in acciaio; i pannelli in vimini; il tema guida (da genitori a figli). La struttura in acciaio tubolare ha richiesto un sistema tecnologico molto avanzato trattandosi di una geometria molto articolata, oltre che il ricorso ad una elevata sperimentazione costruttiva che ha trovato applicazione attraverso l’utilizzo di complessi software di progettazione assistita.
coinvolgente “avvenenza”: una figura di enorme eleganza e leggiadria. La struttura di cui si compone l’involucro modula la prestanza di una cornice di acciaio con la flebile ed etera precarietà di pannelli in vimini, realizzati grazie alla cottura del materiale tale da trasmettere al singolo pannello un affabile colore brunito. In questo gioco tra prestanza e precarietà si scorgono, sapientemente composti sulla facciata, caratteri cinesi che rappresentano il sole e la luna ovvero i simboli dello scambio culturale tra Cina e Spagna nonché l’armonia esistente tra i due paesi. Tre quindi gli elementi fondamentali: la struttura in acciaio; i pannelli in vimini; il tema guida (da genitori a figli). La struttura in acciaio tubolare ha richiesto un sistema tecnologico molto avanzato trattandosi di una geometria molto articolata, oltre che il ricorso ad una elevata sperimentazione costruttiva che ha trovato applicazione attraverso l’utilizzo di complessi software di progettazione assistita.Il vimini è un materiale tipico: ogni pannello è stato prodotto in maniera tradizionale sia in Cina che in Spagna. I circa 8200 pannelli sono stati trasportati da Cina e Spagna nell’area espositiva per essere poi assemblati insieme al complesso sistema tubolare. Il tema guida ovvero dalla città dei genitori alla città dei figli. È una idea molto forte ed assolutamente condivisibile quella che sostiene il padiglione spagnolo ( percepibile nella seconda e nella terza delle tre sale cui si compone l’involucro). L’idea che le città debbano iniziare ad essere dei luoghi che scuotono, stimolano ma soprattutto che includono piuttosto che escludere. Delle città quindi aperte a tutti, ma soprattutto aperte a quegli individui che per un qualsiasi motivo hanno minori possibilità di fruizione e di partecipazione perché gravati da una “differenza” che può essere anche e semplicemente la tenera età. Se si aggiungono le esaltanti e realistiche immagini della prima sala si configura un padiglione il cui aggettivo migliore per definirlo è sicuramente “spettacolare”.
PROMOZIONE CULTURALE
Capita spesso che taluni paesi “inspiegabilmente” fondino la loro forza sociale ed economica oltre che su una efficiente organizzazione dello stato e del lavoro, nonché su un copioso utilizzo delle proprie materie prime, anche sulla cultura e sulla natura. Il Canada è uno di questi paesi è il padiglione ne è stato, a Shang hai, il veicolo. Un rivestimento esterno in cedro rosso canadese, ricavato con metodi rispettosi
dell’ambiente e le forme cristalline degli esterni evocano il valore inestimabile delle risorse naturali canadesi. Il padiglione ricorda una sorta di nastro (peraltro presente anche all’interno) che avvolge il visitatore e disegna una grande “C” che assume nell’intento dei progettisti una duplice significato: Canada e creatività. L’involucro canadese è uno dei pochi pensato contestualmente da un direttore artistico (Johnny Boivin, del Cirque du Soleil) e da un gruppo di architetti (Saia, Barbarese e Topouzanov), a testimonianza della necessità di conferire al padiglione un forte valore comunicativo. In questo sano connubio artistico il Cirque du Soleil ha curato la parte creativa del progetto, comprese le esposizioni e le attività tenute all’interno e comprendenti cortometraggi, opere d’arte, spettacoli teatrali e svariati elementi interattivi. Un clima decisamente euforico ed appagante quello che emanava all’interno del padiglione.PROMOZIONE GIOVANILE
Il padiglione cileno il cui titolo del progetto è “Sprout of a New City” (germoglio di una nuova città) è opera dello studio Sabbagh Arquitectos. Anche in questo caso l’idea è quella della densificazione declinata però in una accezione virata sulla commistione con l’ambiente naturale e la sua tutela. La cosa che più ci ha colpito del padiglione, tra i tanti stimoli proposti (interessante il sistema di specchi che amplificando le
immagini riproduce un sistema urbano ad alto affollamento), è sicuramente la presenza all’interno del padiglione di una nutrita mostra di architettura avente il chiaro intento di promuovere le nuove ed interessanti leve dell’architettura cilena. Ancora la cultura in questo caso volta ad amplificare un mondo, l’architettura appunto, nel quale i giovani architetti cileni appaiono sicuramente più attrezzati e capaci di tanti colleghi europei. Il padiglione al suo interno è una sorta di grosso albero ligneo che guida il visitatore all’interno dei suoi rami fino a condurlo verso una grande piazza che metaforicamente ricorda una colorato e giocoso mercato rionale. Manca purtroppo tra i padiglioni da ricordare quello italiano, anche se questa essendo la nostra personale disamina come tale è ampiamente opinabile. Il padiglione italiano ci è sembrato desueto, rigido, accademico, stantio, privo di forza propulsiva e di poesia. Incapace in sostanza di rappresentare il nostro paese o forse perfettamente in grado, stando ai tempi, di farlo (purtroppo).Gianluca Voci




